Dalla Grecia una lezione per l’Italia: le elezioni anticipate non risolvono i problemi


(Articolo publicato su Libertiamo.it)

La Grecia farà un governo di unità nazionale per far fronte alla crisi ed onorare gli accordi con l’Europa. La decisione era attes,a visto che le dimissioni di Papandreu sono state caldeggiate da molti in Grecia ed in Europa. La storia greca ha una morale anche per l’Italia: le elezioni anticipate non servono per fare le riforme chieste dalla Banca Centrale Europea e necessarie per rassicurare gli investitori.

Papandreu è diventato primo ministro nel 2009, ma subito dopo lo scoppio della crisi aveva ottenuto un buon risultato elettorale che lo aveva investito di una legittimità popolare per affrontare il pacchetto di riforme concordato con l’Europa. Non ce l’ha fatta. La situazione è troppo grave e un solo partito politico non è in grado di sostenere il peso delle riforme che la Grecia ha dovuto avviare per poter ottenere gli aiuti internazionali e scongiurare il fallimento.

L’Italia versa in una situazione simile a quella greca ed il default potrebbe non essere lo scenario peggiore. Benché siano in molti a sostenere che il fallimento non verrà, sono in pochi a sottolineare come questa sia solo un’ipotesi teorica. Evitare un fallimento non significa non avere tagli drammatici alla spesa pubblica e non mettere in pratica politiche fiscali recessive. Evitare il default potrebbe anche significare un impoverimento generale del paese da qui a pochi anni. Sarebbe proprio il bisogno di evitare il fallimento che porterebbe intere classi sociali al limite della sopportazione.

Le riforme chieste dall’Unione Europea e monitorate dal Fondo Monetario Internazionale, se ben fatte, sono così radicali che una parte politica da sola non sarà in grado di attuarle. Anche una coalizione fresca di mandato elettorale non avrebbe né la forza, né, con questa legge elettorale, l’autorità e la competenza per presentarsi al paese chiedendo sacrifici, lacrime e sangue. Elezioni ‘sotto la neve’, come suggerito dal Direttore del Foglio, non risolverebbero altro se non decidere, temporaneamente, chi sarà il Presidente del Consiglio. Tutti gli altri problemi rimarrebbero irrisolti.

L’Italia ha bisogno di una classe dirigente coesa che assicuri la tenuta sociale del paese nel momento in cui le riforme indicate dalla lettera della BCE a firma Draghi-Trichet saranno avviate. Proprio l’FMI ha un’esperienza di lunghissimo periodo su questo tema, visto che i Piani di Aggiustamento Strutturale sono falliti in molti casi per la debolezza delle classi dirigenti chiamate a metterli in pratica. Una classe dirigente debole, delegittimata o espressione solo della maggioranza relativa non è in grado, da una parte, di presentarsi al paese per fare in modo che gli italiani capiscano che certe politiche saranno fatte indipendentemente da chi sarà al governo e, dall’altra, di parlare all’UE per indicare una serie di priorità che meglio si addicono alle problematiche del paese.

L’Italia ha bisogno di un governo di unità nazionale. Le elezioni non farebbero altro che polarizzare lo scontro, dividere il paese, produrre una maggioranza azzoppata in partenza da una legge elettorale debole, aumentare il rischio default e rimandare solo di qualche tempo il momento in cui certi nodi andranno necessariamente affrontati. Nel frattempo lo spread potrebbe salire in modo vertiginoso e gli interessi contribuirebbero al debito che chiediamo di pagare ai nostri figli, dimenticandoci che solo due su tre di loro hanno un lavoro.

Angela Merkel sostiene che il fallimento dell’euro sarebbe il fallimento per il progetto europeo. Come il presidente Sarkozy, anche la Cancelliera ha paventato il rischio di nuove guerre in Europa se l’Unione venisse meno. Quello che verrà fatto a Roma nei prossimi mesi determinerà il futuro dell’euro, pertanto anche l’UE dovrebbe sollevare il problema della credibilità del governo e delle responsabilità alle quali non è più possibile sottrarsi.

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