Iran: dal negoziato l’Italia ha solo da guadagnare (Linkiesta)


da Linkiesta.it*

Gli incontri tra la comunità internazionale e l’Iran, svoltisi in questi giorni a Ginevra, hanno catturato l’attenzione dei media. In molti hanno seguito la cronaca di un negoziato che, con l’arrivo del Segretario di Stato John Kerry, pareva essere indirizzato verso un accordo. Il rinvio al 20 novembre ha raffreddato gli animi, ma lascia ancora sperare in un lieto fine. La cronaca ha tuttavia trascurato quali potrebbero essere gli effetti positivi, per l’economia italiana, di un accordo e – viste le condizioni di difficoltà nelle quali versa il Paese – intendiamo riassumere brevemente cosa l’Italia ha da perdere in caso anche il prossimo negoziato fallisse.

Da Linkiesta.it

Un accordo riguarderebbe necessariamente un alleggerimento delle sanzioni comunitarie. In primis, gli Stati Uniti sarebbero più disponibili a concedere nulla osta per l’importazione del greggio iraniano. Inoltre, un alleggerimento delle sanzioni sulle transazioni finanziarie potrebbe facilitare il completamento di alcuni pagamenti attualmente congelati.

Il divieto di importazione di petrolio greggio e prodotti petroliferi iraniani – introdotto con il Regolamento 2012/35/Pesc – era stato a suo tempo definito, dall’ex Presidente del Consiglio Mario Monti, un «sacrificio necessario» per l’Italia. Necessario, ma fino a che punto?

Il settore delle importazioni petrolifere italiane, negli ultimi tre anni, è stato messo a dura prova da altri due regimi sanzionatori: quello contro la Libia e quello contro la Siria. Per quanto riguarda l’Iran, si stimavano 10.000 tonnellate di petrolio importato annualmente, rappresentanti il 13% delle nostre importazioni.

I costi derivanti dall’applicazione del Regolamento 35, insomma, sembrerebbero aver superato i ricavi. Innanzitutto, perché il petrolio iraniano ha caratteristiche tali da renderne molto difficile la reperibilità presso altri Paesi e – di conseguenza – modificare gli impianti di raffinazione comporterà costi considerevoli. A ciò si aggiunga che l’Italia ha perso un partner commerciale importante, lasciando il campo libero ai “grandi importatori” orientali.

Il programma nucleare iraniano è venuto alla luce nel 2003 ed il Consiglio di Sicurezza ha approvato il primo round di sanzioni alla fine del 2006, quando l’Italia era il terzo partner commerciale dell’Iran ed il primo fra i paesi dell’Unione Europea, come già indicato da Linkiesta, davanti a Germania, Francia e Paesi Bassi. Nel 2005, il giro di affari era pari a 5,2 miliardi di euro che, nonostante le sanzioni, è cresciuto a 7 miliardi nel 2010. Nel 2012, il giro di affari tra Ue ed Iran era di 12,9 miliardi di euro, dei quali solo 3,2 miliardi riguardavano l’Italia. Nei primi sei mesi del 2013, la bilancia commerciale italiana nei confronti dell’Iran è diventata positiva. Tuttavia, questo stato è il risultato dell’interruzione dell’import di petrolio che – quindi – ha contribuito a peggiorare la bilancia commerciale verso altri importatori, a fronte di una riduzione dell’import iraniano: dai 1,26 miliardi del 2010 a poco più di 1 miliardo nel 2013 (stima sui primi sei mesi). L’Italia ha ulteriormente perso quote di mercato in Iran, che ora sono state occupate da Cina, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Corea del Sud e Giappone.

E poi ci sono i danni collaterali. è il caso del credito, ammontante a 2 miliardi di dollari, vantato da Eni nei confronti della National Iranian Oil Company per l’attività svolta tra 2001 e 2009  non solo il pagamento dovrebbe avvenire in natura, con il trasferimento di barili dall’Iran all’Italia, ma la Nioc nega che Eni possa avere «rivendicazioni finanziarie specifiche» nei suoi confronti.

Tra le imprese italiane messe in difficoltà dal congelamento delle transazioni riguardanti il petrolio c’è anche Valvitalia, specializzata nella produzione di valvole e altre componenti per il settore petrolifero, il gas e l’industria nucleare. I pagamenti per le forniture ammontanti a 5,2 milioni, autorizzati dall’Iran nel 2010, sono stati successivamente congelati in esecuzione delle sanzioni europee.

Lo stesso dicasi per Seli, società impegnata nella costruzione della metropolitana di Teheran  Le sanzioni hanno rallentato l’attività della impresa italiana, in quanto le misure restrittive non solo complicano la riscossione dei pagamenti, ma rendono impossibili gli accordi interbancari per le lettere di credito.

E la svalutazione dello Rial, derivante dall’applicazione delle sanzioni, non ha danneggiato solo i cittadini iraniani: per gli imprenditori italiani operanti in Iran, nei settori non sanzionati, i prezzi sul mercato locale sono aumentati del 50% circa rispetto ai prezzi antecedenti l’adozione delle misure restrittive.

Il negoziato sul nucleare iraniano rappresenta un capitolo importante e delicato per la stabilità in Medio-Oriente e nello scacchiere internazionale, ma siglare un accordo avrebbe conseguenze positive sull’economia italiana grazie alle forniture di petrolio e la possibilità di cogliere opportunità di riattivare i tradizionali scambi commerciali. Sarebbe bene non dimenticare che l’Italia, benchè in crisi, è ancora una delle maggiori economie del mondo con grossi interessi economici oltre i propri confini. Siamo un’economia a vocazione manifatturiera, abbiamo bisogno di fonti di energia affidabili e di espandere i nostri mercati, pertanto la politica estera non dovrebbe essere solo un esercizio retorico di pochi, ma una discussione più ampia in grado di coinvolgere le forze produttive – strategiche e non – dell’Italia.

* Articolo scritto con Giulia Levi, giornalista pubblicista e laureata in diritto internazionale, ha da poco iniziato la pratica per diventare avvocato specializzato in diritto internazionale privato. Collabora attualmente con l’Osservatorio dell’Asia Orientale.

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