La campagna elettorale, la demagogia di un paese poco serio e gli F-35


Loro malgrado, gli F-35 sono diventati uno degli argomenti caldi della campagna elettorale. In linea di principio non ci sarebbe nulla di male a discutere se l’Italia debba avere o meno un esercito e di quale tipo di armamenti dotarsi, ma questi non sono temi da campagna elettorale e dovrebbero essere trattati con maggiore serietá.

La doverosa premessa é che non c’é nulla di male ad essere contro l’acquisto di armamenti militari. Ci sono paesi che vivono senza eserciti, altri che sono neutrali pur avendo gli eserciti, ed altri neutrali e demilitarizzati. E non vi sono vincoli particolari per impedire che una tale discussione abbia luogo anche in Italia. Vogliamo avere un esercito oppure no? Se sí, per cosa? Vogliamo far parte di alleanze militari oppure no? Se no, in caso di problemi legati alla sicurezza, come ci comportiamo? Tutte queste sono domande lecite che ci possiamo porre, ma esse dovrebbero prescindere dalle congiunture economiche e dagli sbalzi d’umore del politico di turno che, pur di vincere una campagna elettorale, é pronto a ridiscutere ogni cinque anni il posizionamento strategico dell’Italia nel mondo.

Fatta questa premessa, ci sono tre elementi da inserire nel dibattito.

Primo: se si vuole discutere l’opportunitá di comprare 90 F-35 (erano 121, poi il governo Monti ha ridotto questa promessa di acquisto) lo si dovrebbe fare nel merito. Lo sviluppo del Lightning II Joint Strike Fighter (JSF) ha incontrato numerosissimi problemi che hanno fatto lievitare i costi di oltre il 60% rispetto alle attese, cosa che accade molto spesso quando si tratta di sviluppare nuove tecnologie militari. C’é un tetto massimo oltre al quale sarebbe lecito interrompere il progetto? Forse, ma bisognerebbe discutere nel merito anche di cosa fare in quell’evenienza. Le alternative a disposizione o costano troppo (il Rafale francese) oppure non sono adatte alle nostre esigenze di interoperabilitá con le forze navali (il Super Hornet americano e il Gripen svedese). Inoltre, comprare prodotti giá pronti danneggerebbe le competenze industriali di un settore da cui l’Italia trae grandi profitti economici (Alenia su tutte).

Secondo: l’Italia rischia di rimanere senza aeronautica. E se si vuole avere o meno un esercito, e quindi gli aerei, si deve decidere a prescindere dalla crisi economica (causata da tutto tranne che da alte spese militari). Il nostro parco aerei é datato e, come in tutte le famiglie, ogni tanto la macchina va cambiata. Potevamo comprare aerei giá sul mercato oppure, come abbiamo fatto (decisione del governo centro-sinistra nel 1998), partecipare ad un consorzio internazionale guidato dagli Stati Uniti per sviluppare un prodotto multifunzionale adatto alle esigenze del ventunesimo secolo. Abbiamo preso questa decisione sette governi e quattro legislature fa, sarebbe assurdo ridiscutere certi accordi senza un piano B per l’aeronautica a soli scopi elettorali.

Terzo: l’Italia non risparmierebbe 15 miliardi dalla rinuncia all’acquisto degli F-35, e neppure 18 come giá dimostrato qua, ma la cancellazione degli acquisti si tramuterebbe in facili perdite. Vi potrà sembrare una notizia incredibile, ma l’F-35 ancora non esiste. Il progetto è stato completato nel 2001, un prototipo ha effettuato il primo volo nel 2006, ma il prodotto finale é ancora lontano dall’essere finalizzato e mandato in produzione. Per questo avete letto in questi giorni dei problemi di volo che potrebbero emergere se il serbatoio fosse colpito da un fulmine. Lo SJF é un progetto, l’Italia sta partecipando al suo sviluppo, parteciperebbe alla sua produzione, ed avrebbe quindi diritto a ritorni economici visto che lo stabilimento di Cameri presso Novara. Uscire dal consorzio significa perdere gli investimenti fatti fino ad ora, sostenere i costi che da contratto impongono all’Italia di mantenere le promesse economiche fatte agli altri membri del progetto, e perdere gli eventuali profitti che Finmeccanica potrebbe realizzare quando il modello verrá commercializzato. In definitiva un salasso dal punto di vista economico ed un parco aerei comunque da sostituire.

Anziché parlare di cosa fare della politica estera in futuro, oppure entrare nel merito dei problemi che lo sviluppo dell’F-35, soprattutto alcune sue varianti, sta avendo in fase di progettazione (con conseguente aumento dei costi di produzione), il dibattito politico si limita ad attaccare o difendere l’acquisto degli F-35 per esigenze di breve periodo. Non avere dibattiti seri e scaricare il costo sulle future generazioni contribuisce a screditare la politica e le istituzioni italiane tanto quanto gli scandali che hanno investito alcuni nostri partiti negli ultimi anni.

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