La centralita’ crescente dell’Asia


Queste settimane i media hanno spesso parlato di Asia. A settembre 2012 si e’ riacutizzata la crisi tra Giappone e Cina sul controllo delle isole Senkaku/Diaoyu. Dallo scorso dicembre la Corea del Nord sta facendo di tutto per alzare la tensione nell’area minacciando anche l’uso di armi nucleari. L’elemento nuovo di queste notizie e’ il ruolo crescente dell’Asia nelle relazioni internazionali ed una nuova centralita’ dalla quale, anche in Europa, non potremo prescindere.

http://www.nbr.org/research/activity.aspx?id=58

Le isole Senkaku/Diaoyu sono contese da Giappone e Cina in maniera attiva dagli anni 70. Incluse sotto la giurisdizione giapponese dopo la prima guerra con la Cina nel 1895, le isole Sekaku/Diaoyu furono considerate terra di nessuno dal Giappone ed annesse con l’isola di Formosa (Taiwan). Dopo la seconda guerra mondiale, il Giappone si e’ impegnato a restituire le terre conquistate in seguito alle campagne imperiali degli anni precedenti, ma nel trattato di San Francisco non si fa menzione esplicita delle isole Sekaku/Diaoyu. Da quando l’occupazione americana si concluse nel 1971, Cina e Giappone si contendono la sovranita’ sulle isole che, benche’ disabitate, sono importanti per posizione strategica e per risorse economiche (soprattutto pesca e, forse, risorse naturali), ma sono soprattutto un’occasione di rivalsa nazionale. A settembre 2012, il governo giapponese ha deciso di comprare le tre isole non ancora sotto il loro controllo scatenando una forte reazione di Pechino. Una serie di manovre, anche militari, hanno creato una situazione pericolosa da non sottovalutare. Il pericolo e’ serio perche’ non ci sono meccanismi di gestione di eventuali incidenti od incomprensioni tra Cina e Giappone. Errori organizzativi potrebbero portare dritti ad un’escalation militare del conflitto, e visto che parliamo della seconda e della terza economia del mondo, con un trattato di difesa che coinvolgerebbe anche la prima economia del mondo, allora la situazione assume contorni preoccupanti.

La seconda crisi e’ quella che ha visto come protagonista la Corea del Nord ed il suo giovane leader Kim Jong-un. Il regime di Pyongyang ha deciso di dotarsi dell’arma nucleare e dal 2003 si e’ ritirato dal Trattato di Non-proliferazione. Le Nazioni Unite hanno imposto  sanzioni contro la Corea del Nord ritenendo le velleita’ nucleari del regime una minaccia alla pace ed alla stabilita’ internazionale. Nel 2009 e’ stato effettuato il primo test nucleare con successo (dopo quello fallito del 2006), e a dicembre 2012 e’ stato effettuato il primo tentativo di mandare un satellite in orbita, ritenuto un passo essenziale per sviluppare la tecnologia necessaria a produrre un sistema di lancio di missili balistici che, eventualmente, potrebbero essere utilizzati a scopi militari. Questa preoccupazione e’ stata ulteriormente confermata da altri test nucleari effettuati a febbraio 2013 e dalle successive manovre militari dell’esercito di Pyongyang. Questi gesti sono stati accompagnati da dichiarazioni quantomeno bellicose del giovane leader coreano che, benche’ interpretabili con l’esigenza di Kim Jong-un di rafforzare la propria immagine all’interno del Paese, non possono essere ignorati come capricci di un bambino viziato. Il ragazzo gioca con l’arma nucleare e, come la storia insegna, il fattore umano e’ sempre parte dell’equazione che scatena le guerre.

L’Asia non e’ piu’ solo l’area del mondo dal quale provengono le nostre magliette. L’Asia significa oltre 4 milardi di persone e paesi con eccezionale crescita economica, significa nuove tecnologie e grande sviluppo economico come motore della crescita mondiale. Questa centralita’ si riflette anche nella crescita di nazionalismi alimentanti dalle performance economiche e che, di conseguenza, creano tensioni destabilizzanti nell’area. L’Asia rappresenta un’opportunita’ per le imprese occidentali, ma da quella regione potrebbero provenire anche i pericoli maggiori per la stabilita’ internazionale. Per questo gli Stati Uniti hanno deciso di ridisegnare la propria strategia globale su questa novita’. Con gli Stati Uniti meno impegnati dalle nostre parti, come dimostrato dalla riluttanza ad intervenire in Libia e Mali, l’Europa sara’ sempre piu’ frequentemente chiamata ad agire in Africa e, presto, dovremo capire come posizionarci verso gli attori emergenti del 21esimo secolo.

Tag:, , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *