L’Italia non e’ competitiva nei mercati globali


Mentre in Italia impazza il dibattito su come allentare i vincoli del Fiscal Compact, l’Unione Europea (UE) ha aperto il negoziato con gli Stati Uniti per eliminare le ultime barriere alla creazione di una zona di libero scambio. Questa non e’ una buona notizia. Che ci piaccia oppure no, la crisi dell’Italia e’ la scarsa competitivita’ nel mercato globale, e niente potra’ fermare il nostro declino se non inizieremo a giocare secondo le regole di un mondo che cambia.

Le barriere al commercio internazionale saranno progressivamente ridotte. Sono anni che il mondo occidentale ha avviato questo processo. Prima l’Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio (GATT), poi la decisione di creare un mercato unico europeo, piu’ di recente la creazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e la decisione di ammettervi la Cina: tutti passi che hanno drasticamente ridotto le politiche protezionistiche degli stati nazione.

Un’ulteriore prova di questo inevitabile processo e’ la decisione dell’UE di creare una zona di libero scambio con gli Stati Uniti. Le barriere sono molto ridotte rispetto al passato ed oggi ammontano a circa il 3/5%, ma il Commissario europeo per il Commercio Karel De Gucht ha stimato che il PIL europeo potrebbe crescere di 0.5/1% grazie a questo accordo. Pare non esserci fine a questo processo.

Invero, questo trend potrebbe essere interrotto, ma cio’ non sarebbe necessariamente una buona notizia. La storia dimostra che si puo’ sempre tornare indietro, ma la cause di tali interruzioni sono generalmente catastrofiche. Casi evidenti sono il crollo dell’Impero Romano oppure la prima guerra mondiale.

Sperando di non assistere a tali eventi, l’Italia deve adattarsi. Questo significa sostanzialmente tre cose.

Primo, il mercato del lavoro ed il sistema devono mettersi al servizio delle attivita’ e delle aziende che producono in modo efficiente e che sanno stare sul mercato internazionale. Questo si traduce in sostegno ai lavoratori, e non al posto di lavoro, che favorisce una migliore allocazione delle risorse e permette alle aziende “buone” di crescere e di attingere manodopera qualificata ed alle aziende inefficienti di fare posto e lasciare mercato a quelle in crescita.

Secondo, lo stato deve favorire una competizione su standard internazionali. Non esiste che aziende italiane vengano sottoposte a vessazioni fiscali e burocratiche che impediscono loro di gareggiare alla pari con le dirette concorrenti straniere. Lo stato deve favorire la competizione puntando soprattutto sullo spirito imprenditoriale degli italiani che oggi viene mortificato da una burocrazia inaccessibile ai piu’, per non menzionare la riforma della giustizia civile.

Terzo, l’Italia si deve aprire verso l’estero. In tutti i sensi. In primis, il deficit strutturale a cui l’Italia deve la crisi e’ culturale. Gli italiani, non tutti certamente, fanno fatica ad adattarsi alle nuove regole del gioco che sono sostanzialmente nuove regole di vita. Un’anomalia assoluta e’ quella che tutte le famiglie debbano possedere una casa di proprieta’, un’altra e’ la scarsa mobilita’ interna, un’altra e’ quella della formazione che si interrompe subito dopo una prolungatissima (e dannosa) permanenza all’universita’. Sempre che ci si arrivi, visto che abbiamo i piu’ bassi tassi di laureati nell’area OCSE. E potrei continuare parlando di un substrato culturale che rende l’accesso al mondo del lavoro per le donne un’impresa titanica. Aprirsi all’estero significa guardare alle esperienze degli altri pur mantenendo i propri caratteri culturali. Aprirsi all’estero significa pensare al mondo come luogo dove vendere i nostri prodotti, come fonte di cervelli da attrarre e come risorsa inesauribile di investimenti e turismo dai quali potremmo trarre grandi vantaggi. Oggi l’Italia e’ un Paese autoreferenziale e chiuso in se stesso. E’ ora di cambiare.

Badate bene, non esistono soluzioni indolori alla scarsa competitivita’ dell’Italia nel mondo globalizzato. Potete ascoltare con interesse pifferai magici che dicono di sfidare la Germania egemone ispiratrici di cospirazioni segrete, di leaders incerti convinti che il Fiscal Compact sia l’origine di tutti i mali, e di imbonitori cultori della decrescita come modello di vita. Se l’Italia vuole mantenere questi standard di qualita’ della vita, non ci sono alternative a quella di giocare a viso aperto la sfida della globalizzazione. Le alternative possibili hanno tutte la controindicazione di peggiorare la nostra qualita’ della vita. Dettagli, forse.

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