L’UE fa prove da potenza regionale: si decide oggi sulle armi ai ribelli siriani


Il Consiglio dei ministri degli esteri di oggi a Bruxelles decidera’ se vendere armi all’opposizione siriana che da oltre due anni sta combattendo il regime di Bashar al Assad. La situazione e’ particolarmente delicata e l’escalation militare osservata nel paese ricorda pericolosamente le dinamiche della guerra fredda. Da una parte, Russia ed Iran si sono schierate dalla parte del governo di Damasco e dall’altra, i paesi occidentali stanno facendo di tutto per indebolire il regime e favorire l’ascesa di una nuova leadership. L’Unione Europea e’ spesso definita come civilian power in politica estera, ma la decisione di oggi potrebbe incrinare questa etichetta e far entrare Bruxelles nello scacchiere medio-orientale con tutte le carte in regola di una classica potenza regionale.

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ll conflitto si potrae ormai da oltre due anni. Secondo stime fatte dalle Nazioni Unite, il conflitto avrebbe causato fino ad oggi oltre 80.000 morti e 3 milioni di rifugiati (sia interni, sia nei paesi confinanti). L’UE ha cercato prima di gestire la crisi facendo pressione su Assad affinche’ aprisse alle richieste dei protestanti, poi, vista la rigidita’ del regime, ha imposto una serie di sanzioni per limitare la capacita’ del gruppo dirigente di rimanere al potere. Le sanzioni in vigore devono essere rinnovate all’unanimita’ entro il 31 maggio, ma la discussione e’ ancora accesa.

L’embargo alle armi e’ stato messo in discussione perche’ penalizzerebbe le forze di opposizione ad Assad. La decisione di non vendere armi a nessuno favorisce gli attori che hanno gia’ le armi oppure che sono in grado di procurarsele. Considerato che Assad puo’ contare sul sostegno di Russia ed Iran, la Francia e l’Inghilterra hanno aperto la questione alcuni mesi fa a livello europeo proponendo un parziale alleggerimento dell’embargo per permettere ad alcuni stati membri di sostenere la ribellione contro il regime. L’Austria, la Repubblica Ceca, l’Olanda, la Finlandia e la Svezia, fra gli altri, sono contrari a questa soluzione.

In effetti, vendere le armi aprirebbe due questioni di non poco  conto. La prima, come gia’ accennato sopra, riguarda lo status dell’Unione Europea come forza civile. La decisione di vendere armi ad un gruppo in guerra all’interno di un contesto che ha gia’ causato migliaia di morti non puo’ essere presa allegramente. Il soft power di Bruxelles negli anni si basa anche alla sensibilita’ con la quale l’UE tratta i diritti umani nel perseguire obiettivi di politica estera.

La seconda grande questione, piu’ pragmatica, deriva dalla composizione delle forze ribelli siriane. L’opposizione ad Assad dopo due anni di aperto scontro, ma in realta’ dopo anni di dittatura, e’ piu’ variegata che mai. Il Consiglio Nazionale Siriano e’ affiancato da numerosi gruppi che si muovono nell’ombra, tra i quali spicca il gruppo islamico al-Nusra. Vendere armi ai ribelli siriani significa, forse, anche rifornire gruppi islamici radicali di sofisticate tecnologie (soprattutto anti-aerea ed anti-carro) che potrebbero essere utilizzate sia contro bersagli occidentali, ma soprattutto contro Israele.

A questi problemi si aggiunge il complicato intreccio con la disponibilita’ data dalla Siria a partecipare a nuovi negoziati di pace. Da un lato si teme che la decisione di vendere armi potrebbe minare il negoziato, dall’altro si pensa che dare forza ai ribelli possa favorire il dialogo favorendo una maggiore disponibilita’ al dialogo da parte di Damasco.

L’Unione Europea deve avere una politica estera comune ed il Consiglio di oggi dovra’ ritagliarsi un ruolo piu’ attivo nella crisi siriana. Sotto la pressione di Francia e Gran Bretagna, le quali hanno storicamente una politica estera piu’ propositiva, credo che una qualche forma di alleggerimento dell’embargo alle armi sara’ inserita nel rinnovo del pacchetto delle sanzioni alla Siria. Tuttavia, credo che tale decisione debba essere presa con grande cautela e dovrebbe riguardare, almeno per il momento, tecnologie non in grado di indebolire il potere militare di Israele che, se necessario, potrebbe essere chiamato ad intervenire direttamente nel conflitto anche nell’interesse dell’Europa. In ogni caso, questa decisione costituisce un altro tassello verso la costruzione di un’UE politica.

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