Onde Você Está, Senhor Barroso? (Dove sei, signor Barroso?)


(Pubblicato su Libertiamo.it)

No, non siamo impazziti e Libertiamo non è diventato un organo di informazione con sede a Lisbona. Proviamo a comunicare direttamente con José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea, nella sua lingua madre con la speranza che ascolti ed inizi ad esercitare il suo ruolo con autorevolezza e competenza, cosa che fino ad ora è mancata.

Barroso e la Commissione sono gli assenti di lusso in questi due anni e mezzo di eurocrisi. La Commissione Europea è l’organo esecutivo dell’Unione Europea, e Barroso dovrebbe rappresentare quei valori e quell’interesse europei che sono pericolosamente spariti dall’agenda dei capi di stato e di governo.

Non siamo ingenui e sappiamo benissimo quanto contino gli stati e quanto le istituzioni comunitarie. L’asse franco-tedesco ha da sempre rappresentato il motore trainante dell’Unione fin dai tempi di Robert Schumann e del cancelliere Konrad Adenauer quando a Parigi fu creata la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. E fu così negli anni a venire, quando la Francia si impose nuovamente e riuscì a far passare il principio, conosciuto come il compromesso di Lussemburgo, secondo il quale gli interessi vitali degli stati membri possono giustificare il rallentamento del processo di integrazione. Questo principio dura fino ad oggi ed è contenuto anche nel trattato di Lisbona secondo i meccanismi dei freni di emergenza.

Quindi gli stati contano, ma anche le istituzioni europee sono da sempre motore di integrazione. Fu proprio la commissione guidata dall’autorevole Walter Hallstein a guidare i paesi europei nei primi passi della costruzione del mercato unico, verso la realizzazione della frontiera commerciale comune. Poi la Corte di Giustizia, negli anni bui della storia europea, giocò un ruolo centrale nell’affermare principi cardine del mercato unico quali la supremazia delle leggi comunitarie rispetto a quelle nazionali, oppure la reciprocità di condizioni di acquisti/vendite fra i paesi membri. In questa rassegna viene poi d’obbligo ricordare il doppio mandato di Jacques Delors che, proprio da Presidente della Commissione, divenne un faro di rara importanza per gli stati membri e seppe guidare il vecchio continente da semplice mercato unico ad unione politica sancita dal Trattato di Maastricht del 1992.

Ricordiamo Hallstein e Delors perché seppero interpretare lo spirito europeo e lo esercitarono con autorevolezza in momenti chiave della storia europea: esattamente il contrario di quanto sta avvenendo oggi con il presidente Barroso. Il silenzio assordante con il quale la Commissione sta lasciando soli i paesi membri è la prova provata dell’inadeguatezza della leadership esercitata dai più alti vertici delle istituzioni UE. Ulteriore dimostrazione è la crescente frustrazione di molti nei confronti della Germania e del cancelliere Merkel. Perché, di grazia, la Merkel dovrebbe fare cose contro l’interesse del paese che rappresenta? Non dovrebbero essere i vertici europei in grado di rappresentare l’interesse comune ed indicare la strada per l’uscita dalla crisi?

Al contrario, una delle pochissime uscite di Barroso è coincisa con una dichiarazione che ha fatto tremare le tombe di Monnet, Adenauer, De Gasperi e De Gaulle allo stesso tempo. Parlando proprio ad una televisione italiana, il presidente della Commissione, rispondendo ad una domanda su se la Grecia rimarrà nell’eurozona, ha dichiarato che l’euro è un club e chi non rispetta le regole del club può starne fuori. Facendo così correre agli sportelli migliaia di greci e contribuendo a causare quel bank run che sta rafforzando la crisi del paese ellenico. Un capolavoro smentito pochissimo dopo dagli stessi capi di stato e di governo dell’UE, i quali hanno compreso come l’uscita della Grecia sarebbe pagata a durissimo prezzo dai contribuenti europei.

Questa critica non risparmia neppure il Presidente del Consiglio Europeo Van Rumpuy, ma, come capo dell’esecutivo, Barroso ha il dovere di sostenere come unica via d’uscita dalla crisi il vero compimento del mercato unico, un sistema di trasferimenti fiscali per bilanciare i divari di produttività, ed anche dei vincoli di spesa per i paesi membri con una capacità di imporre tasse da parte dell’istituzione che lui dirige. Invece niente di tutto questo. Eppure non esistono neppure impedimenti di sorta, visto che Barroso è al secondo mandato ed è difficile pensare come possa ambire ad un terzo.

L’Unione Europea ha bisogno di una leadership che non può venire dagli stati membri come in passato. Prima dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona si poteva dire che le istituzioni europee non erano in grado di gestire questo tipo di crisi. Oggi le istituzioni ci sono e debbono essere usate. La soluzione della crisi passa da più Europa, e più Europa significa anche istituzioni forti ed emancipate dal volere degli stati. Se l’Europa vuole sopravvivere in futuro deve dimostrare di essere cresciuta e di sapersi prendere le proprie responsabilità, a partire dalla sua leadership. Se non lo farà, la fine sarà più vicina, e forse più meritata.

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