Se l’estero diventasse un’opportunita’?


L’Italia e’ uno strano Paese. Dal 1200 e 1300 terra di viandanti, di castelli e di diversita’. Le citta’ del nord erano crocevia di mercanti, i porti delle Repubbliche Marinare punti di incontro di civilta’ lontanissime. Le universita’ ricevevano studenti da ogni angolo del mondo allora conosciuto. La diversita’ e’ poi un fatto culturale in un Paese dove villaggio che vai, cultura che trovi. Ma tutto questo e’ andato perso. Il multiculturalismo e’ visto come una minaccia, l’estero come un mostro da respingere, gli stranieri come peso da sopportare. Ma non e’ stato cosi’ in passato, e non dovrebbe essere cosi’ in futuro. In realta’, l’estero e’ una risorsa incalcolabile per l’Italia e gli stranieri la linfa vitale dalla quale ripartire. Pero’ gli stranieri non sono solo badanti e muratori, gli stranieri sono anche competenza e cervelli che l’Italia dovrebbe fare in modo di attirare e non di spaventare.

Il concetto e’ semplice e si puo’ imparare da tutti. Il Brasile pare stia avendo un’ottimo successo in questa politica. Il Ministero del Lavoro ha dichiarato che il 94% degli immigrati entrati in Brasile dal 2009 al 2012 hanno almeno una formazione tecnica di base, se non una laurea, un master oppure un dottorato.

Questo sarebbe un bel tema da affrontare in campagna elettorale. L’immigrazione e’ di due tipi: in entrata ed in uscita. In Italia consideravamo quella in uscita positiva in passato, quando i poveri anziche’ batter cassa dallo stato facevano le valige e se ne andavano, ma e’ anche positiva come quella che ho indicato sopra, quando arrivano persone qualificate che aggiungono valore al capitale sociale dello stato che li riceve.

L’Italia ha le due immigrazioni negative. Le persone che arrivano sono generalmente poco formati ed in cerca di fortuna, creando una serie di problemi all’economia, tipo quello di tirare verso il basso i salari. L’emigrazione invece e’ di qualita’, persone formate (quindi pagate dalle tasse degli italiani) che vanno all’estero per fare lavori che in Italia non sono possibili alimentando quel fenomeno chiamato brain drain, o fuga dei cervelli.

Sarebbe bene parlare di queste cose anziche’ discutere di quanto sia cattiva l’Europa e di quanto sia cattivo lo straniero.

UPDATE: Mi hanno fatto notare che Linkiesta.it ha pubblicato da poco i dati degli italiani che emigrano, vince il nord con la Lombardia che esporta cervelli verso Stati Uniti, Europa e Brasile.

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