Stiglitz, l’Italia e l’Unione Europea


Con questo post vorrei parlare un po’ dell’altra faccia della medaglia che determina lo stato di salute dell’Italia. Se nei giorni scorsi ho voluto sottolineare che se l’Italia non torna competitiva nei mercati globali la qualita’ della vita e’ destinata a deteriorarsi, oggi aggiungo che se l’Unione Europea non cambia marcia la qualita’ della vita in Europa e’ destinata a deteriorarsi, indipendentemente dalle politiche dei governi nazionali. Il messaggio e’ lanciato forte e chiaro da Joseph E. Stiglitz, vincitore del premio nobel per l’economia nel 2001.

La disamina e’ impietosa: il crollo della produzione italiana ci riporta agli anni 1930, la disoccupazione giovanile greca e’ al 60% e quella spagnola oltre al 50%. Ci stiamo ipotecando il futuro e questi risultati economici sono il prodotto di politiche europee sbagliate.

Il problema non e’ causato da i paesi membri che non hanno fatto i compiti a casa. Spagna ed Irlanda avevano i conti in ordine perima della crisi, e la Grecia sarebbe stata troppo piccola per indebolire l’eurozona se fosse stato l’unico problema. L’Italia e’ stato il primo finanziatore netto dell’UE nel 2011 in rapporto al PIL in un momento di grave crisi economica.

Gli indicatori economici dell’Unione Europea puntano sul rosso e pure la Germania inizia a vedere qualche segno negativo. Di norma, quando i comportamenti devianti di un gruppo sociale sono piu’ frequenti degli altri, il problema e’ sistemico e non attribuibile ai singoli elementi. L’attenzione si dovrebbe spostare verso il sistema comunitario, e non solo sui paesi eurodeboli. Non sono solo i bilanci nazionali a dover essere controllati, ma sono le politiche europee a dover essere riviste.

Il problema di fondo e’ che l’Unione Europea in generale, ma l’eurozona in particolare non sono in equilibrio. Le performance economiche degli stati membri sono molto diverse e non esistono meccanismi per bilanciare questi squilibri. Negli Stati Uniti i disequilibri economici fra gli stati sono riequilibrati al 60% dal governo federale e al 40% dalla mobilita’ dei fattori. Noi non abbiamo ne l’uno ne l’altro. Stiglitz fa notare che il budget UE e’ una frazione di quello che dovrebbe essere per avere una minima funzione ridistributiva (solo 1% del GDP continentale). Il recente Consiglio europeo di febbraio ha tagliato questi fondi andando nella direzione opposta sotto le pressioni dei paesi euroscettici (Inghilterra, Germania, Finlandia ed altri).

Stiglitz sostiene che le uniche riforme di cui l’Europa ha bisogno sono riforme strutturali dell’architettura stessa della UE, non riforme dei singoli paesi. Su questo punto non sono completamente d’accordo e Stiglitz dimostra di non avere compreso a pieno la dinamica politica europea. Concordo sul fatto che unione bancaria e federalismo fiscale, oltre al ripudio della strada della svalutazione interna che spinge verso il basso prezzi e salari gettando benzina sul fuoco della crisi del debito, siano i passi necessari e non rinviabili per l’UE. Allo stesso tempo, i paesi eurodeboli non sono esenti da colpe visto che la sostenibilita’ dei modelli di welfare non era giustificata agli occhi dei cittadini europei. Benche’ miopi alle conseguenze gravissime di politiche austere inefficaci, i paesi eurodeboli devono dimostrare di voler affrontare concause di una crisi che hanno contribuito a creare: come e’ possibile che la Grecia abbia truccato il bilancio pubblico? Come e’ possibile che alcune regioni italiane siano in balia delle organizzazioni criminali? Com’e’ possibile che uno stenografo del Parlamento guadagni come il Re di Spagna? Gli eurodeboli devono fare riforme per contribuire a diminuire il gap di performance economiche che li divide con gli altri paesi, ed allo stesso tempo (non dopo, ma insieme), l’Europa deve avviare le riforme necessarie al funzionamento del mercato unico.

Io direi cosi’: riforme, anche coraggiose, dei paesi eurodeboli saranno inutili se l’Unione Europea non prendera’ decisioni forti e coraggiose verso una maggiore, e migliore integrazione. Altro che uscire dall’euro, c’e’ bisogno di farlo funzionare.

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