Sulla crisi europea


Volente o nolente, scrivo da accademico e questo potrebbe giocare a mio sfavore. Pero’, proprio in quanto accademico, conosco benissimo la tendenza che hanno quelli come me a semplificare, a rendere la complessità del mondo intellegibile grazie a poche variabili e chiari nessi causali. Li’ sta la causa, e li’ sta l’effetto. Per questo difetto di partenza sono stato ripreso, per ragioni opposte, da Mario Seminerio (autore del blog Phastidio che dovrebbe essere lettura quotidiana di molti) e dal professore Michele Boldrin (uno degli autori dell’ottimo Noise from Amerika), che ho aggiunto su facebook due giorni fa senza conoscerlo perche’ interessato alle cose che dice ed ha pensato bene di esordire con un commento ad un mio post consigliandomi di ‘non dire cazzate’. Perdoniamo la caduta di stile che ogni tanto capita a chi sta troppo in rete e finisce per perdere un po’ di socialità e sorvoliamo, anche perché non e’ questo il punto.

Il punto e’ che con entrambi credo di aver avuto delle divergenze dovute alla vocazione accademica che ho descritto sopra. Entrambi ritenevano che alla base della crisi in Italia ci sia un fattore preciso, mentre io credo che siano almeno due le variabili in gioco. Con Mario si parlava del ruolo del debito e della colpa delle economie deboli dell’Europa di oggi. Io puntavo il dito alle colpe italiane in commento ad un post (vado a memoria) sulle responsabilità’ della Germania, e Mario insistette molto sul divario di produttività’ fra le economie europee che non viene compensato in alcun modo come fattore destabilizzante per l’euro. Con il professor Boldrin, mi permetto di parafrasare, il disaccordo e’ nato da un mio post sulla Germania alla quale rimproveravo poca coerenza verso il problema greco, mentre ritengo che il professor Boldrin tenesse a sottolineare le colpe italiane e la sua contrarietà’ all’idea che sia la Germania il capro espiatorio della crisi dell’euro.

Da un lato, la causa della crisi e’ la mala-gestione dei benefici dell’euro, mentre dall’altro, sarebbe l’architettura dell’Unione stessa a fare acqua. Nel modus operandi accademico, la causa dovrebbe essere una sola, ma nel mondo reale queste due cose vanno insieme: i paesi deboli dell’euro hanno gestito male la transizione verso l’euro e buttato anni di risparmi, ma al contempo la zona euro non e’ in equilibrio e lamento la mancanza di meccanismi in mano alla Commissione che possano permettere di risolvere questo problema.

Le conseguenze di quest’analisi sono due.

Primo, gli stati eurodeboli sono oggi deboli indipendentemente dall’euro. Proprio perche’ hanno gestito male la transizione, quindi non c’e’ politica tedesca che possa cambiare questo elemento di debolezza. Abbiamo un debito e quello qualcuno lo deve pagare, quindi non credete ai pifferai magici dello ‘stampiamo un po’ di moneta e tutto va a posto’. Gli effetti delle riforme Monti si sentiranno fra qualche tempo, ma saranno comunque trascurabili se la spesa non verra’ tagliata in maniera sostanziale.

Secondo, la classe politica tedesca, e cosi’ quelle degli altri paesi membri, devono urgentemente dotare le istituzioni europee di strumenti per riequilibrare i divari che separano i paesi membri dell’UE (produttivita’, salari, mercati,etc). Un’economia unica senza governo unico non funziona. Senza piu’ Europa anche riforme strutturali in tutti i paesi membri dell’UE, come quelle fatte dalla Germania nel 2003, non risolverebbero il problema, senza considerare che sarebbero difficilmente praticabili per i vincoli di bilancio imposti dal Fiscal Compact che non esistevano nel 2003.

Quindi il disaccordo non era sui contenuti, ma sulla valutazione complessiva della crisi. E credo che se gli interessati leggeranno questo post, potrebbero addirittura convenire.

Tag:, ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *