Tolte le sanzioni UE in Birmania/Myanmar


L’Unione Europea (UE) ha tolto tutte le sanzioni alla Birmania/Myanmar ad eccezione dell’embargo alle armi. La decisione e’ arrivata dopo un anno di sospensione delle sanzioni come segno di incoraggiamento verso il governo a proseguire nella transizione democratica avviata dopo le elezioni del 2010. Nonostante le critiche per la violazioni dei diritti umani in corso nel Paese, il Consiglio ha preso la decisione giusta e le autorita’ birmane non dovrebbero lasciarsi perdere questa occasione per favorire gli scambi economici con l’Occidente.

L’UE ha deciso varie misure restrittive nei confronti della Birmania/Myanmar a partire dai primi anni novanta. Dopo che il governo provvisorio si rifiuto’ di riconoscere il risultato elettorale del 1990 ed arresto’ Aung San Suu Kyi, gli allora 12 membri dell’UE decisero di interrompere i rapporti con il Paese asiatico fino a che il risultato elettorale non venisse riconosciuto. Nel 1996 il console onorario James Leander Nichols mori’ in carcere in circostanze ritenute sospette, e negli anni il governo persevero con una gestione dispotica del potere culminata con la ben nota repressione dei monaci buddisti del 2007. Soprattutto questo evento provoco’ una dura reazione del Consiglio che reagi’ con una serie di sanzioni economiche e finanziarie contro gli esponenti del governo, dei loro famigliari e delle aziende a loro associate.

Le elezioni del 2010 hanno cambiato questo scenario. Vinte dall’Union Solidarity Development Party (USDP) sostenuto dalla giunta militare al potere, il leader Thein Sein ha inaspettatamente avviato quella transizione democratica del potere alle forze civili attesa dal 1990 fino alla dissoluzione della giunta militare nel 2011. Nel 2010 anche Aung San Suu Kyi e’ stata liberata ed ha potuto candidarsi alle elezioni supplettive per il parlamento birmano nel 2012. Cosi’ la transizione e’ proseguita con un successo apparentemente inaspettato e l’Unione Europea ha deciso prima di sospendere le sanzioni nel 2012 e poi, ad Aprile 2013, di rimuoverle completamente ad eccezione della proibizione di vendere armi.

Questa decisione e’ stata contestata perche’ sarebbe stata presa troppo frettolosamente. Se e’ vero che il presidente Thein Sein ha permesso la liberazione di prigionieri politici e l’apertura dell’economia, ci sono ancora tensioni fra le varie etnie del Paese, uno dei piu’ frammentati al mondo con 135 minoranze riconosciute. Human Rights Watch ha denunciato la situazione nello stato di Arakan nel quale si sarebbero verificate azioni di pulizia etnica contro l’etnia Rohingya, di religione musulmana, anche con la collaborazione delle autorita’ nazionali.

Allo stesso tempo, le autorita’ nazionali hanno risposto alla rimozione delle sanzioni con la liberazione di 56 prigionieri politici. Questo gesto, chiaramente ispirato da motivazioni politiche, e’ comunque da non sottovalutare nel linguaggio diplomatico. La liberazione di prigionieri non e’ solamente un gesto simbolico, ma crea un trend positivo che, se interrotto, potrebbe facilmente riportare l’attenzione sull’operato del governo e sulla situazione del Paese.

Considerata la dinamica della crisi, ritengo che la rimozione sia da ricevere positivamente. Tale gesto non significa che la Birmania/Myanmar sia ora diventata una Svizzera dell’Asia, problemi e tensioni rimangono in un Paese caratterizzato da lunghi conflitti interni e da un’instabilita’ quasi cronica dovuta alla diversita’ etnica che lo caratterizza. Tuttavia, le sanzioni sono uno strumento politico che puo’ essere utilizzato in circostanze precise e con obiettivi chiari. Una volta avviata la transizione, iniziata ormai tre anni fa, ha poco senso tenere sanzioni su un governo che sta cercando l’apertura verso l’Occidente. Questa nuova condizione portera’ nuovi investimenti dagli Stati Uniti e dall’Europa che, oltre a dare la possibilita’ di seguire piu’ da vicino gli avvenimenti, potrebbe creare le condizioni per una crescita economica. La Birmania/Myanmar e’ al 149esimo posto al mondo nella classifica dello sviluppo umano (Human Development Index), quindi il modo migliore per sostenere la transizione appare quello di creare le condizioni per creare maggiore benessere.

La rimozione delle sanzioni in questa fase della crisi appare andare nella direzione giusta. Certo il comportamento del governo di Naypyidaw, soprattutto nello stato dell’Arakan, deve rimanere sotto la lente della comunita’ internazionale. Benche’ siano arrivate critiche verso questa decisione del Consiglio, le sanzioni come sono state tolte possono essere re-imposte. Al momento il comportamento delle autorita’ nazionali deve essere giudicato con sano pragmatismo, la transizione e’ stata avviata e gli scambi commerciali potranno fornire ulteriori strumenti per sorvergliare l’operato del governo e la situazione nel Paese.

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