Un commento (rapido) sulla Siria


Le dichiarazioni del presidente Obama hanno riportato l’attenzione su un conflitto che dura da oltre due anni. Le accuse rivolte al presidente Bashar al Assad di aver usato armi chimiche nel conflitto hanno fornito il pretesto all’amministrazione americana di parlare apertamente dell’opzione militare. Benche’ le atrocita’ in Siria abbiano superato da molto tempo la soglia di tolleranza minima, decidere di attaccare potrebbe avere serie consequenze sulla stabilita’ dell’area. Ho spesso criticato il silenzio della comunita’ internazionale sulla tragedia siriana, ma la fretta con la quale pare volersi imbastire un intervento militare non puo’ che lasciare perplessi.

La guerra non e’ uno strumento di politica estera qualsiasi, e quando si usa bisogna aver un piano e degli obiettivi chiari. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sostengono un’azione militare che, fra dichiarazioni e smentite, dovrebbe consistere in un attacco missilistico diretto ad alcuni centri strategici del potere di Assad: basi militari, aereoporti, etc. L’attacco dovrebbe essere limitato nel tempo e nello spazio. Sorvolando sul dettaglio che le guerre si sa quando iniziano ma non si sa mai quando finiscono (Iraq? Afghanistan? L’ONU e’ ancora in Kosovo dal 1998, gli Stati Uniti in Germania dal 1945…), perche’ bombardare?

Se l’obiettivo e’ quello di favorire i ribelli, allora sarebbe meglio farlo in un altro modo. Vincere la guerra per loro non aiuta di certo la stabilita’ di lungo periodo. La storia recente della Libia insegna almeno due cose. La prima e’ che i gruppi di ribelli non sono necessariamente composti da boyscouts. L’opposizione ad Assad e’ molto variegata e la componente religiosa/etnica molto forte. Favorire la loro ascesa al potere senza un processo graduale di legittimazione creerebbe le condizioni per un governo diviso, fragile e, probabilmente, infiltrato da elementi che non si distinguono per amore nei confronti dell’Occidente. La seconda e’ che se uno bombarda solo una parte, poi diventa difficile fermarsi prima che quella parte non sia stata sconfitta. Questo deve essere chiaro a quelli che ritengono che l’azione militare possa essere limitata nel tempo. L’opzione di dare sostegno ai ribelli nel conflitto siriano e’ certamente da considerare, ma la complessita’ dello scenario indurrebbe cautela nell’uso della forza militare.

Se l’obiettivo e’ quello di punire Assad perche’ avrebbe usato armi chimiche, allora sarebbe necessario coinvolgere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e valutare strade da intraprendere con il sostegno di Russia e Cina. Le norme internazionali diventano leggi se esiste il consenso internazionale, e tale sostegno non si e’ ancora verificato per l’utilizzo di armi chimiche. Il modello Kosovo, termine utilizzato molto spesso in questi giorni dalla stampa italiana, e’ difficilmente un precedente visto che l’operazione NATO parti’ senza l’autorizzazione dell’ONU e fu ‘illegale’ per il diritto internazionale. Mosca, Pechino, Nuova Delhi ed altre capitali furono  particolarmente contrarie a tale intervento proprio per questo motivo.

E poi, quale dovrebbe essere l’entita’ di questa ‘punizione’? Perche’ se la punizione e’ piccola, allora Assad potrebbe resistere e, quindi, essere ancora in grado di vincere la guerra. E se la vincesse? Cosa dovremmo fare allora? Le cancellerie sul piede di guerra farebbero bene a farci sapere quale sarebbe la prossima mossa in tale scenario.

Da un punto di vista diplomatico, come scrivevo sopra, l’inerzia di un attacco militare non potrebbe che ambire alla sconfitta di Assad. Ma e’ quello che vogliamo davvero? Secondo Israele questo non sarebbe lo scenario migliore. I gruppi di ribelli sono infiltrati e sostenuti da gruppi radicali che non porterebbero certo maggiore stabilita’ nell’area.

La situazione e’ quindi molto complessa. Probabilmente la soluzione piu’ prudente sarebbe un’iniziativa diplomatica energica garantendo agli attori regionali, ma soprattutto alla Russia, di mantenere un ruolo nella transizione del dopo Assad. Le oltre 100.000 vittime sono una ferita aperta per la comunita’ internazionale, ma un intervento imbastito in tutta fretta, senza la certezza che Assad abbia usato le armi chimiche, ma soprattutto senza intenti chiari, una exit strategy e/o un piano B potrebbero essere una soluzione peggiore del male che intendiamo curare. Senza parlare di Iran, Libano, Iraq, Hezbollah ed Israele, ovviamente.

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