Una domanda che non si puo’ fare


Sono alcuni anni che l’Italia non cresce. Solo pochissimi potrebbero negare che questo rimane il nodo fondamentale da sciogliere per superare la crisi e dare un futuro alle nuove generazioni. Per andare oltre al luogo comune, ecco alcuni dati comparati.

Secondo il Global Competitiveness Report, l’Italia si e’ classificata 43esima subito dopo Barbados e molto dopo Oman, Puerto Rico e Tailandia (link).

Una classifica stilata sui dati di crescita del PIL dall’anno 2000 dimostra che l’Italia sia il paese cresciuto di meno al mondo secondo solo ad Haiti (link), il quale ha avuto anche un sisma che ha causato la morte di oltre 220.000 persone (link).

I dati sono impietosi, e potrei elencare anche le debolezze del sistema finanziario, l’eccessiva frammentazione delle imprese con un sistema distrettuale non sempre adatto ad affrontare le sfide della globalizzazione, un sistema fiscale bizantino ed oppressivo, senza parlare della scarsa preparazione degli studenti rispetto ai loro coetanei nel mondo, una giustizia civile e penale dai tempi biblici, corruzione dilagante ed una criminalità organizzata che controlla (almeno) cinque regioni d’Italia. E sono sicuro di dimenticare qualcosa, come ad esempio la scarsa efficienza del sistema amministrativo ed una classe dirigente che pesa come un macigno sulle performance del Paese nell’economia globale.

In una parola, il Belpaese non e’ più competitivo. Quindi la domanda scomoda: quante delle aziende che stanno chiudendo in questi mesi sono vittime delle scarsa competitività prima ancora che della crisi? La strada verso il miglioramento passa attraverso la valorizzazione dell’efficienza e l’eliminazione delle inefficienze. E’ plausibile pensare che molte aziende in chiusura sono, in realtà, un prezzo da pagare per migliorare la competitività dell’Italia?

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