Una parola sul caso dei maro’


Si e’ scritto molto sul caso dei maro’, ma non si dice spesso che questo e’ diventato un caso eminentemente politico. Il diritto non e’ piu’ il tema principale quando ad un ambasciatore viene vietato di lasciare uno stato. Questa decisione e’ talmente oltre le righe che anche la Baronessa Ashton ha dovuto dire una parola al riguardo. La vicenda e’ complessa, ma il buon senso dovrebbe prevalere e la comunita’ internazionale dovrebbe prendere una posizione, qualsiasi essa sia, in tema di regime anti-pirateria.

I due fucilieri Girone e Latorre sono rimasti in India dal febbraio 2012 fino a pochi giorni prima del voto, fatto salvo un permesso speciale avuto durante il periodo natalizio. I due maro’ si trovavano sulla petroliera Enrica Lexie per proteggere il convoglio in caso fosse stato preso d’assalto dai pirati che compiono scorribande fra il Corno d’Africa e l’India. In circostanze ancora da chiarire, la Lexie sarebbe venuta in contatto con un peschereccio e due pescatori indiani avrebbero perso la vita. Latorre e Girone sono accusati dell’omicidio di Ajesh Binki and Valentine aka Gelastine.

Lo ore immediatamente successive all’incidente diventano cruciali per l’evolversi della crisi. La Lexie si trova in acque internazionali, come provato anche dalla sentenza della Corte Suprema Indiana dello scorso febbraio, pertanto non avrebbe l’obbligo di seguire le richieste della marina indiana. Contro le direttive date dalla Marina italiana, il capitano Umberto Vitelli decide di fare rotta verso il porto di Kochi probabilmente per chiarire gli eventi. Una volta al porto, i fucilieri italiani avrebbero potuto rimanere sulla nave battente bandiera italiana, ma abbastanza inspiegabilmente lasciano la nave e vengono immediatamente messi in stato di fermo dalle autorita’ indiane.

La frittata e’ fatta. Se il comandante della Lexie avesse deciso di rimanere in acque internazionali e se Girone e Latorre non avessero lasciato la nave, la crisi non sarebbe mai nata. Per due ragioni.

La prima e’ che un’interpretazione generale del diritto internazionale consente a militari di marina di servire su convogli privati come disciplinato da risoluzioni ONU a partire dalla 1846 del 2008.  I soldati in missione internazionale sono convenzionalmente giudicati da tribunali del loro stato, altrimenti quale garanzia avrebbero gli stati a mandare i propri soldati in giro per il mondo rischiando che vengano arrestati alla prima occasione? Ce lo ricordiamo molto bene noi italiani quando i soldati americani accusati di aver causato l’incidente del Cermis nel 1998 che causo’ la morte di 20 persone sono stati, legalmente, giudicati da un tribunale americano. E’ il cosiddetto status of forces agreement che disciplina il rapporto fra stati nella gestione di queste controversie. La seconda e’ che il reato per il quale sarebbero accusati i due maro’ e’ avvenuto da territorio italiano, quindi spetterebbe all’Italia il dovere/diritto di effettuare il processo.

L’India ha invece sostenuto di voler fare chiarezza sull’accaduto e dichiarato che se l’incidente fosse avvenuto in acque indiane, allora sarebbero stati loro ad effettuare il processo. La prima sentenza e’ arrivata dopo 12 mesi, ha stabilito che l’incidente e’ avvenuto a 20 miglia dalla costa dello stato del Kerala (quindi nella zona contigua, in acque internazionali), quindi la giurisdizione spetta ad un tribunale ad hoc che dovrebbe essere costituto per dirimere la questione.

La sostanza e’ che dopo 13 mesi di attesa, le autorita’ italiane hanno deciso di impedire il rientro dei due fucilieri di marina in India in attesa di una decisione che pareva non arrivare mai. La decisione italiana non e’ stata presa in punta di diritto, ma e’ il risultato di una frustrazione di non avere alcuna chiarezza sul futuro di Latorre e Girone dopo 13 mesi dai fatti presunti ancora in attesa di un Tribunale mai istituito.

Il tema e’ quindi ora politico. L’opposizione nel Parlamento indiano accusa il portavoce Sonia Gandhi che per le sue origine italiane deve fare la voce ancora piu’ grossa per dimostrare la propria indipendenza. Anche il primo ministro Manmohan Singh minaccia conseguenze se i due maro’ non dovessero rientrare.

Nel frattempo l’India ha deciso di non riconoscere l’immunita’ al diplomatico italiano ambasciatore Daniele Mancini dicendo che l’oltraggio commesso venendo meno alla garanzia personale data per il rientro dei maro’ va oltre la azioni coperte dall’immunita’ internazionale che viene concessa ai diplomatici. La Corte ha per ora proibito a Mancini di lasciare il paese fino al 2 aprile, nonostante questa opzione sia possibile solo con un waiver dell’Italia che, chiaramente, non e’ arrivato. Io sono cresciuto con il detto “Ambasciator non porta pena”, ma le autorita’ indiane probabilmente non usano lo stesso proverbio.

La Convenzione di Vienna del 1961 che stabilisce le regole sulle rappresentanze diplomatiche fra i paesi stabilisce che i diplomatici non possono subire restrizioni di movimento all’articolo 26:

Subject to its laws and regulations concerning zones entry into which is prohibited or regulated for reasons of national security, the receiving State shall ensure to all members of the mission freedom of movement and travel in its territory.

Mentre all’articolo 29 si aggiunge che i diplomatici non possono essere arrestati o detenuti:

The person of a diplomatic agent shall be inviolable. He shall not be liable to any form of arrest or detention. The receiving State shall treat him with due respect and shall take all appropriate steps to prevent any attack on his person, freedom or dignity.

Questa decisione della Corte Suprema indiana ha il merito di aver svegliato Catherine Ashton e l’Unione Europea, colpevolmente assente in questa crisi visto che la politica estera europea e’ comune, ha dichiarato che ogni limitazione alla liberta’ di movimento di un diplomatico viola la Convenzione di Vienna e che continua ad augurarsi una risoluzione concordata in rispetto al diritto internazionale. Bene che si sia espressa, ma non basta.

La decisione di rivalersi su un ambasciatore rappresenta un precedente pericoloso sul quale sia l’Unione Europea, sia la comunita’ internazionale dovrebbero prendere una posizione chiara.

L’Unione Europea non puo’ ignorare la vicenda. L’Italia e’ un paese membro e la politica estera dovrebbe essere comune. La Baronessa Ashton, ma anche gli altri stati, dovrebbero interessarsi ad una questione che, in realta’, potrebbe riguardare un domani anche il loro personale diplomatico. La solidarieta’ invocata in temi economici e sociali dovrebbe essere estesa anche a temi primari come questo. Girone e Latorre dovrebbero essere sottoposti a processo anche per la loro fiducia di cui vorrebbero godere rientrando al lavoro, ma il tema e’ un altro. Che intende fare l’Unione Europea in politica estera? Con un gesto forte ma chiaro, gli stati membri dell’Unione Europea dovrebbero ritirare i propri ambasciatori fino al ristabilimento di un clima di serenita’ nel quale i corpi diplomatici potrebbero lavorare.

In realta’, anche la comunita’ internazionale deve discutere del tema, almeno per due ragioni. Il primo riguarda l’immunita’ dei diplomatici. L’articolo 32 della Convenzione di Vienna dice che un diplomatico perde l’immunita’ quando agisce per interesse personale, ma e’ difficile che l’ambasciatore Mancini abbia agito per interesse personale garantendo per il rientro dei maro’ che, come noto, e’ stato deciso dalla Farnesina. Gli ambasciatori non si toccano come gia’ detto. Il secondo tema e’ la lotta alla pirateria. Se soldati in missione internazionali possono essere processati da chiunque, come e’ possibile garantire che gli stati continuino a mandare il proprio personale all’estero? La pirateria del ventunesimo secolo e’ un problema globale e richiede soluzioni globali. La vicenda dei maro’ ha confermato che esistono dei vuoti legislativi in tema, ma questa e’ una ragione ulteriore affinche’ la comunita’ internazionale prenda posizione e si esprima su questo tema in modo che gli stati possano decidere gli strumenti piu’ adeguati per combattere la pirateria.

Sarei curioso di assistere alle conseguenze di una presa di posizione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU in favore di un processo in India, ma la vicenda e’ ormai tutta politica e c’entra poco il diritto internazionale. Vedremo di valutare le possibili opzioni nei prossimi giorni.

Tag:, ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *